Superman Ci Insegna La Vera Forza Dell’Essere Umano: Le Scelte Di Vita

Tutti conosciamo il supererore della Comics, Superman. Come sappiamo pure che, la più famosa trasposizione cinematografica la dobbiamo all’attore Christopher Reeve. Forse non tutti sanno però che Christopher si è trasformato da Superman a Super Man, e dal 1995 al 2004, anno della sua morte, ha incarnato le vere potenzialità dell’essere umano; quelle di trasformare la propria vita e se stessi grazie al connubio pensiero/azione.
Spero che questo articolo faccia da motivazione a tutti coloro che, nonostante non si trovino nella situazione estrema di Christopher, pensino di non poter riuscire, di dover rinunciare, di essere vittima di chissà quale congiura, umana o divina.
Christopher ha dimostrato che è una questione di decisioni, di scelte. Scegli di vivere felice, nonostante tutto, e questo è ciò che otterrai.
Dopo l’incidente, “Superman” si è trovato a un bivio. E ha fatto la sua scelta.
di Christopher Reeve
La mia esistenza è cambiata per sempre un giorno di maggio del 1995.
Partecipavo a un concorso ippico in Virginia quando il mio cavallo Buck decise di fermarsi di colpo davanti al terzo ostacolo. Immediatamente fui sparato di sella e volai oltre il suo collo. Avevo le mani impegnate dalle briglie, così non riuscii a liberare un braccio per ammortizzare la caduta , e arrivai a terra di testa, con tutto il mio metro e 90 di altezza e quasi 100 chili di peso. In pochi attimi, mi ritrovai paralizzato dal collo in giù, e boccheggiavo per respirare come uno che sta per annegare.
Mi svegliai cinque giorni più tardi nel reparto cure intensive dell’ospedale della University of Virginia. Il dottor John Jane, capo del reparto neuro chirurgia, mi disse che mi ero fratturato le prime due vertebre cervicali. Ero vivo per miracolo. Precisò inoltre, a me e mia moglie Dana, che probabilmente non sarei mai più riuscito a respirare di nuovo da solo. Ma il cranio era intatto e il tronco cerebrale, assai vicino alla frattura, sembrava non aver riportato danni. Il dottor Jane aggiunse che avrebbe cercato di ricollegare il cranio alla colonna vertebrale. Se l’intervento sarebbe riuscito, e se sarei sopravvissuto, non poteva dirlo con certezza.
Di colpo mi venne in mente che ormai ero solo un gran peso per tutti, che avevo rovinato non solo la mia vita, ma anche quella della mia famiglia.Perché non morire, pensai, e risparmiare un sacco di problemi a tutti? Le visite dei famigliari e amici erano una doccia scozzese per il mio spirito. Mi faceva un enorme piacere vedere gente che magari aveva fatto tanta strada per venire a trovarmi. Poi se ne andavano e io restavo a letto, a fissare la parte, a fissare il futuro senza riuscire a capacitarmi. Quando finivo per addormentarmi, sognavo di essere di nuovo sano, di far l’amore con Dana, di cavalcare e di recitare. Poi mi svegliavo e mi rendevo conto che non avrei più potuto fare niente di tutto ciò. Il mio corpo serviva soltanto a occupare spazio.
Un giorno Dana entrò nella stanzae mi si avvicinò. Il respiratore artificiale mi impediva di parlare. Ma i nostri occhi si incontrarono e mimai con le labbra: “Meglio se mi lascio morire.” Dana scoppiò in lacrime. “Ascoltami bene” disse. “Io ti sosterrò in ogni caso, perché si tratta della tua vita e della tua decisione. Ma sappi che ti rimarrò sempre accanto, quali che siano le difficoltà. ” Poi aggiunse le parole che mi hanno salvato la vita. “Sei sempre tu. E io ti amo.
“Non posso lasciarmi andare”, pensai allora.”Non voglio morire. Una disgrazia come quella che mi è capitata non cambia un matrimonio: fa scoprire di cosa è fatto veramente, rende più intenso il rapporto ma non lo trasforma”. Dana mi ha salvato mentre ero immobilizzato in ospedale. Ma non era la prima volta: lo aveva già fatto nel giugno 1987, quando ci siamo conosciuti. A quell’epoca avevo appena chiuso una lunga storia d’amore, ed ero deciso a starmene da solo e concentrarmi sul lavoro. Ero convinto sin da piccolo che in una relazione ci siano solo rari momenti di felicità, e non volevo rischiare troppo, perché ero sicuro dell’inevitabile delusione.
Poi una sera mi ritrovai con alcuni amici in un locale dove cantava Dana Morosini. Entrò in scena con un abito che le lasciava scoperte le spalle, e cominciò a cantare The Music That Makes Me Dance. Vederla e innamorarmene fu tutt’uno. Dopo lo spettacolo, andai nel suo camerino e mi presentai. Ero un volto noto del grande schermo. Probabilmente, penserete, per un celebre attore non c’è niente di più facile che attaccare bottone con una donna. Ma quando le proposi di portarla con la mia auto alla festa dove ravamo stati invitati, lei mi rispose: “No, grazie. Ho la mia di auto.” Tutto quello che riuscii a dire fu: “Ah.” E intanto pensavo alla prossima mossa.
Il mio fu un corteggiamento vecchio stile. Conobbi i suoi genitori e c’intendemmo subito. Dal canto suo, Dana si affezionò immediatamente ai miei due figli, Matthew e Alexandra. Ero felice. Nell’aprile del 1992 ci sposammo. Tre anni dopo l’incidente e le parole di Dana nella camera dell’ospedale. “Sei sempre tu”. Le sussurrai: “Questo va molto oltre la promessa di rimanere uniti che ci siamo fatta durante il matrimonio: ‘in salute e in malattia’”. “Lo so.” Rispose. Da quel momento seppi che sarebbe rimasta con me per sempre.
Più si avvicinava il giorno dell’operazione, più ero attanagliato dal terrore, sapendo che avevo solo il 50% di probabilità di sopravvivere. Giacevo immobile a letto, in preda a foschi pensieri. La mia più grande paura riguardava la respirazione. Non potevo inspirare senza l’apparecchio, e il tubo staccava spesso dal respiratore. E così mi ritrovavo alle tre del mattino col cuore in gola all’idea che potesse succedere il peggio. L’allarme scattava dopo due respiri mancati. E non restava che sperare che qualcuno intervenisse al più presto. Era una tremenda sensazione di impotenza.
Un giorno in cui ero particolarmente depresso entrò improvvisamente in camera un uomo tozzo vestito da chirurgo che parlava con accento russo. Disse che era il mio proctologo e che doveva visitarmi immediatamente. Lì per lì pensai di avere le traveggole da farmaci. E invece era lo scherzo di un vecchio amico e collega, Robin Williams. Per la prima volta dopo l’incidente scoppiai a ridere. Anche mio figlio Will, tre anni, mi diede speranza. Un giorno, mentre giocava sul pavimento della camera, alzò di colpo la testa e disse: “Mamma, Papà non può muovere le braccia.” “Hai ragione” disse Dana. “Papà non può muovere le braccia.” “E non può nemmeno più correre.” “Esatto non più.” Will fece una pausa, si concentrò e poi disse allegramente: “Ma può ancora sorridere”.
Il 5 giugno fui operato. Fu un successo. Il dottore mi assicurò che sarei riuscito di nuovo a respirare da solo senza assistenza. Tre settimane più tardi fui trasferito al Kessler Institute, un centro di rieducazione del New Jersey. I momenti peggiori erano quelli in cui Bill Carroll, il terapista della respirazione, verificava la mia “capacità vitale”, misurava cioè la quantità d’aria che ero capace di muovere da solo. Purtroppo, c’era ben poco da misurare. Per poter fare a meno del respiratore, avrei dovuto disporre di una capacità vitale di circa 750 centimetri cubici di aria… e io riuscivo appena a far sollevare la lancetta al di sopra dello zero 1.
In quel periodo dovetti decidere se partecipare o meno alla cena che la Creative Coalition, formata da un gruppo di artisti, organizza ogni anno per raccogliere fondi. La data era fissata per il 16 ottobre, al Pierre Hotel di New York. Mi sentivo obbligato a partecipare, soprattutto perché Robin Williams sarebbe stato premiato per la sua attività di beneficenza. Pure, la prospettiva del viaggio mi preoccupava: sarebbe stata la mia prima apparizione in pubblico dopo l’incidente. E se fossi stato assalito da spasmi muscolari, come spesso mi accadeva? E se il respiratore si fosse staccato? Io e Dana ne discutemmo a lungo, concludendo che i vantaggi psicologici dello spostamento ripagavano ampiamente i rischi fisici. Feci spazzolare lo smoking, e il pomeriggio di quel 16 ottobre mi preparai all’avventura.
Dopo circa cinque mesi di “viaggi” sulla sedia a rotelle alla velocità di cinque chilometri orari, mi ritrovai allacciato sul sedile posteriore di un minibus che filava a 90 all’ora e sobbalzava su ogni dislivello della strada. Avevo il collo irrigidito dalla tensione ed ero scosso da spasmi. Quando arrivai all’albergo, fui trasportato d’urgenza in una camera dotata di letto da ospedale perché riposassi. Si era rivelata un’esperienza più impegnativa del previsto.Poi giunse il momento di consegnare il premio a Robin. Per una frazione di secondo, desiderai che il genio della lampada mi facesse sparire. Mentre mi spingevano sul palco, però, diedi un’occhiata alla sala e vidi, 700 persone in piedi che applaudivano. L’ovazione durò oltre cinque minuti. Dal quel momento in poi, la serata si trasformò in una festa dell’amicizia.
Più tardi, mentre attraversavamo il Lincoln Tunnel sulla via del ritorno, ero così emozionato che quasi non mi accorsi dei sobbalzi. Al centro Kessler, Dana stappò una bottiglia di buon vino e brindammo a questa tappa decisiva della mia nuova vita. Ce l’avevo fatta! Ero deciso: volevo riuscire a respirare da solo. Il 2 novembre Bill Carroll, due dottori e un fisioterapista portarono nella mia stanza un pirometro, staccarono il respiratore e mi chiesero di fare 10 inspirazioni. Sdraiato sulla schiena, mi sentivo soffocare, strabuzzavo gli occhi. A raggiungere i 50 centimetri cubici d’aria. Ma almeno ero riuscito a spostare la lancetta! Il giorno successivo continuai a ripetere a me stesso che sarei tornato a casa. Immaginavo i miei polmoni come un enorme mantice che potevo aprire e chiudere a piacimento, e quando arrivò il momento inspirai dieci volte, facendo registrare una media di 450 c.c.
Adesso si comincia a ragionare, pensai. Il giorno dopo raggiunsi i 560 c.c., e fui compensato da un’acclamazione. “Mai visto progressi simili!” disse Carroll. “Presto potrà fare a meno del respiratore.” In seguito dedicai ogni giorno a questi esercizi di respirazione. Dapprima raggiunsi i 7 minuti senza l’ausilio della macchina, poi 12, poi 15. E prima di lasciare il Centro Kessler toccai i 30 minuti, a prezzo di sforzi disumani, ma anche con una indicibile soddisfazione. Sono felice di aver deciso di vivere, e lo stesso vale per tutti quelli che mi sono vicini. Nel novembre 1995 tornai finalmente a casa, ero emozionantissimo; ritornare nel mio ambiente domestico aveva il poter di farmi sembrare tutto normale e quando fummo a tavola ciascuno di noi pronunciò poche parole per spiegare la ragione per la quale dovevamo essere grati. Mio figlio Will ne disse soltanto una: “Papà.”
Articolo tratto da Reader’s Digest Selezione Del Maggio 1999, su segnalazione di wellness finanziario
Photo Credit rafaelandarilho

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17. lug, 2009 








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Grazie, questo articolo mi ha commosso, ricorda a noi “normodotati” quanto siamo fortunati e quanto tempo spendiamo in pensieri limitanti..
Verissimo !